giovedì 12 aprile 2012

In poltrona - Never Let Me Go (2010)

"It’s about the brevity of our time on the planet. And when we become aware of how briefly we’re here, how do we make the best use of our time? And how do we not come to the end of our life and regret our choices? That’s the film I was making. The science-fiction aspects are just a delivery system for those ideas".
Mark Romanek


Tratto dall'omonimo romanzo del nippo-britannico Kazuo Ishiguro, "Non Lasciarmi" narra le infanzie e le adolescenze di Katie (la splendida Carey Mulligan), Tommy (il sempre più affermato Andrew Garfield, che a Luglio sarà nei cinema nei panni dell'Uomo Ragno) e Ruth (una Keira Knightley mai così convincente).


La storia si dipana in un presente alternativo, ucronico:
nel 1952 la scienza medica rivoluzionò per sempre le sorti dell'umanità, trovando finalmente una cura al cancro. Ma a quale prezzo?


Facendoci rivivere le atmosfere tipiche, angoscianti e fosche, del dramma orwelliano, Romanek lascia intatto lo spirito che permea il romanzo (secondo il Time l'opera di narrativa più mirabile del 2005): ci propone, senza alcuna edulcorazione, una realtà angosciosa, che scuote l'animo, e ancor prima le coscienze.


"Non lasciarmi" è una storia di passioni, amori ed amicizia, peccato e redenzione. Ma soprattutto di morte. O meglio del momento che antecede la stessa e del viaggio con cui si giunge ad essa.
Ma non è un semplice melodramma, seppur sia così fortemente radicato sui personaggi, oltre i quali sembra non esserci alcun mondo esterno:
le dinamiche attraverso le quali la storia prende lentamente forma sono pregne di tutta la drammaticità del pensiero umano, per quanto non venga mai urlata.
...


Con eleganza prettamente nipponica, la tragedia si compie senza clamori, nessun atto di forza né di ribellione: i 3 giovani sembrano consci della mostruosità che grava sulle loro spalle, ma ne hanno accettato il destino, ineluttabile.

E' una storia forte, perché monolitica: non scende mai a compromessi, o facili patetismi. La sofferenza interiore dei protagonisti striscia in maniera larvale nello spettatore e non lo lascia più: e la questione si spezza.
Dilemma etico o personale. L'istanza è duplice: e spetta a noi cogliere quella che più ci sta a cuore.

Si spezza.
Perché è un film "rotto". Fragile.
Il regista preserva con straordinaria verosimiglianza questo amore per ciò che è delicato, fragile. Che si è rotto.
Ed è bello così, perché non potrai mai più essere ricomposto, ma nelle crepe che espone dimostra tutta la sua interiorità.

E' il concetto -tipicamente giapponese- del "wabi-sabi", la bellezza di ciò che è imperfetto, di ciò che ha sofferto e ne porta le livide cicatrici.
Ed è in questa fragilità, che sembra ritrovare tutto senso: chi si è "spezzato" è ben più forte di chi è ancora "integro" e trova in sé quella serenità che gli permette di accettare stoicamente, titanicamente le crudeltà del destino che annulla il libero arbitrio e la volontà di potenza.

Ai pugni nello stomaco sferratici dalla storia, la risposta è immediata, folgorante. Se in noi, pulsa quella stessa umanità che vive nei personaggi inscenati. E li fa vivere molto più intensamente degli uomini di cui sono cloni.
L'unica domanda, irrisolta, che ci strugge è quella con cui Carey Mulligan chiude la narrazione:
come non farci sfuggire di mano il nostro tempo?

Poetico e attuale. Una denuncia del male, del tempo perso e dell'ineluttabilità del destino che non lascia indifferenti, sulle note di ‘Darling, hold me and never never never let me go'.

Voto: 8,5



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