domenica 8 aprile 2012

Tv alla sbarra - La quantità al potere.

In questo sabato Pasquale alternativo,
m'è capitato di soffermarmi su alcune delle proposte delle principali emittenti televisive nazionali senza poter fare a meno di appuntare qualche nota comparativa colorita:
il quadro che ne emerge è esemplificativo tanto quanto sconcertante.




Con estremo piacere, ritrovo la Dandini (splendida nella sua ironia caustica e pure così contingente) dopo alcune puntate perse per la sciagurata collocazione in una serata poco confortevole per i più giovani e  storicamente appannaggio degli show melensi e strappa-lacrime delle ammiraglie Rai e Mediaset.
E il programma, pur pagando la scelta discutibile della non-diretta, mi pare abbia oliato i meccanismi un po' spigolosi delle prime puntate: gli sketches sono legati in maniera più naturale alla registrazione in studio e gli Elii -bravissimi! Nelle ultime puntati affiancati da Paola Folli, già vista ad X-Factor come vocal coach della categoria della Ventura- non fagocitano la scaletta come sembrava nelle prime uscite.
Inoltre, al sarcasmo -piacevole ed intelligente leit-motiv di tutti gli spettacoli dell'eclettica conduttrice- si affianca sempre più un'ironia più popolana e sboccata, ben esaltata dalla verve caratteristica delle tante comparse che si susseguono senza sosta.
Al breve e pungente commiato di Celestini fa così da contrappunto l'esilarante e riuscitissima imitazione dell'ottima Germana Pasquero.
Alle inchieste surreali (forse perché molto più reali di tante altre presunte tali trite e ritrite sul vetusto e partitico ormai ex-Servizio Pubblico) di Diego Bianchi si alternano gli sketches più easy, ma altrettanto efficaci di Lillo & Greg.
Insomma, la Dandini, insieme al fedele Vergassola (in minor spolvero rispetto al passato) raggiunge esattamente l'obiettivo prefissatosi: fare un talk-show intelligente e divertente, senza mai scadere nella retorica o nella volgarità. 
Accendere il cervello, ma far sorridere le labbra.
A tal proposito, il momento più riuscito sembra essere quello del "divano" che -come fosse il fil rouge da Rai3 a La7- è il vero elemento identificativo dello sforzo autoriale che soggiace al programma.
Don Gallo, con i suoi freschissimi 83 anni, parla a ruota libera di tutto ciò che è solamente sussurrato nei salotti perbenisti:
così assistiamo ad una poco indulgente critica ai tecnocrati e ad una vasta aneddotica di un mondo ecclesiastico che, così, ci appare più vicino.
E più terreno: senza il piedistallo che di solito s'accompagna all'argomento, viene lanciato l'invito, spassionato, a dedicarsi davvero "agli ultimi" non tanto perché siano primi, ma affinché siano quantomeno un po' meno ultimi e soprattutto ad ESSERE PARTIGIANI.
Finalmente, in tv, si sente qualcosa di scomodo. Non perché sia sferzante od offensivo, piuttosto perché inchioda i tanti ignavi co-responsabili della crisi del pensiero ad assumersi le proprie responsabilità, a prendere una posizione.
L'unica soluzione al problema è cercare di risolverlo!
E l'unico modo per risolverlo è pacificare (la pace è stato un altro tema trattato con estrema discrezione) la propria coscienza.
Chapeau!

Voto The Show Must Go Off:  7+



Ma mentre La7 ospitava una serata piacevole e ben strutturata, su Canale 5 -di nero in nero pubblicitario, unica critica per La7: quante pause!- si assisteva ad uno spettacolo (e qui dichiara tutta l'inappropriatezza di tale termine per descrivere l'evento) di dubbio gusto e senso nullo.
La De Filippi costruisce un carrozzone informe, con tante teste, ma nessuna pensante.
La gara pare perdere in pathos, dovendo soccombere ad un ingrato revival a Big che tali non sono.
E l'immagine che ne esce di un programma che dovrebbe essere talent, cioè fucina di eccellenze stanate in base a valutazioni meritocratiche, è francamente sconcertante: gli alunni prediletti (gli ex-concorrenti) oscurano i nuovi, emarginati tra il pubblico ululante in preda a crisi ormonale;
la giuria -composta secondo criteri ridicolmente disomogenei- fa tutto tranne giudicare: mal sopiti i protagonismi dei professori, sembra regnare un buonismo irrealistico e poco educativo.
Gli ospiti non mostrano avere alcun nesso con lo scopo (sempre che ne sia uno) del format e la presunta satira portata in studio è svilita, debole, poco convincente.
Sul ballo, sarebbe meglio soprassedere, poiché siamo costretti a sopportare la presenza di Belen non si sa per quale precisa ragione.
In pratica, si consuma la fiera del non-sense e del gratuitamente urticante:
Amici si propone egregiamente come esempio sguaiato e tristemente realistico della deriva dei costumi.
E non fa niente per nasconderlo.

Voto Amici: 3,5



Ciò che lascerà basiti, purtroppo, sarà il riscontro dell'Auditel (strumento barbaro, ma necessario!?):
20 - 3 per Amici.

Ma, perdonatemi, i 3 goals della Dandini son gli unici a valere il prezzo del biglietto.




2 commenti:

  1. Assolutamente d'accordo.
    Nessuno ha il coraggio di dirlo, ma certi programmi contribuiscono allo sfascio del Paese!

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  2. Ti ringrazio del commento.
    E, come avrai capito, condivido pienamente.

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